L’ostetrica e i “ferri del mestiere”

Da sempre al momento della nascita è stata presente una figura che ha accompagnato la donna in questo evento tanto naturale quanto staordinario. E’ stata chiamata comare, levatrice ed ostetrica; In ogni caso è una figura che le sta vicino, come se fosse il “custode” del parto.

L’ostetrica nel primo ‘900
All’inizio del secolo scorso alla figura della comare si contrapponeva quella della levatrice.
Alcuni riconoscevano nelle “comari” delle donne esperte, dalla lunga pratica e dalla manualità sicura, altri le definivano delle “temerarie, idiote, zotiche, prive di genio e di gusto per lo studio”.
Iniziò un lungo percorso che vedeva evolvere la figura di chi assisteva al parto: dalla donna del popolo, spesso analfabeta, la comare, alla donna istruita dalla classe medica, la levatrice.
Le levatrici erano ben viste dalle giovani partorienti, desiderose di migliori garanzie di salute e aperte alle novità mediche, mentre le donne anziane e le suocere preferivano che le ultime “comari” assistessero ai parti delle loro figlie e delle loro nuore. La levatrice, in fondo, era un’estranea, spesso veniva da altri paesi, era “mandata dal Comune” e possedere una diversa cultura: era portatrice di idee “nuove”, che spesso si scontravano con la vecchia tradizione locale. In ogni modo, bastavano alcuni parti ben condotti perché scendesse sulla levatrice un tacito consenso, anche se ancora velato da un po’ di diffidenza.

L’ostetrica “secondo gli uomini”
Per alcuni uomini del ‘900 la levatrice era una donna degna di rispetto, per il suo ruolo sanitario, ma per altri era una donna che, essendo spesso senza famiglia propria, poteva essere avvicinata con facilità, a cui poteva essere fatta anche un’offerta anche di tipo sessuale. In fondo era disponibile a viaggiare con i mariti delle partorienti, di solito in astinenza sessuale da mesi, con i mezzi più disparati, lungo strade appartate e nascoste nelle ore più diverse del giorno e della notte, per raggiungere la casa della partoriente: situazioni, spesso, interpretate come presupposti di “disponibilità” ad un approccio sessuale.

La scena del parto
L’ostetrica, per assistere la partoriente, si serviva di una stanza preparata appositamente per il e del suo inseparabile strumentario contenuto nella “misteriosa” borsa. Quando l’ostetrica si recava nelle case di campagna ed i bimbi la vedevano arrivare, si diceva loro che sarebbe nato un fratellino e che era proprio l’ostetrica a portarlo, custodito fino a quel momento nella sua capiente borsa.
Arrivata nella casa della partoriente, l’ostetrica si preoccupava che la stanza per il parto fosse in buone condizioni igieniche.
Uno dei problemi delle case di quel tempo era il riscaldamento della stanza, spesso era collocata una piccola stufa a legna, magari prestata per l’occasione, e quindi assente nei giorni successivi. L’ostetrica metteva poi sul comò tutto il contenuto della sua borsa e chiedeva di far bollire un’abbondante quantità di acqua, in una pentola dove immergeva per cinque minuti gli strumenti per il parto.
Altro problema era la preparazione del letto per il parto: se il letto era robusto, l’ostetrica disponeva il materasso di traverso, doppiandolo in modo che vi fosse una parte alta ed una bassa. La donna si poneva sulla parte più alta, a gambe aperte, in modo che il neonato fosse accolto dall’ostetrica nella parte più bassa. La partoriente, per spingere, si teneva stretta ai ferri posti lateralmente e sotto le reti, oppure un’altra donna o il marito stesso la trattenevano.
Il letto andava fatto con biancheria pulita e, si usava una tela cerata impermeabile, per trattenere le “acque” ed il sangue che fuoriusciva durante il parto. Sotto le natiche della donna si poneva, a volte, anche una bacinella di smalto oppure di coccio. Talvolta, era messa un’asse direttamente tra il materasso e la rete del letto. In alcuni casi, invece, dei normali materassi di lana, vi erano materassi morbidi in piuma o in foglie di pannocchia di granoturco.
A fianco del letto era posta la culla, ricavata dai cesti per il pane, costruiti in vimini o in rami di salice intrecciati. Alcuni possedevano una vera culla, la quale se priva di sostegno era posta sopra due sedie sistemate una di fronte all’altra. Dentro alla culla c’era il telo assorbente imbottito, o un cuscino sottile, che serviva da materassino. Tutto era pronto per la nascita.

La borsa dell’ostetrica
Le mansioni della levatrice, alla fine dell’800 erano mirate quasi esclusivamente alla pulizia, alla disinfezione e alla prevenzione delle infezioni: secondo molte scuole si sosteneva che “la miglior levatrice fosse la più pulita”.
La borsa dell’ostetrica doveva contenere: grembiule, spazzola per le mani, stetoscopio, termometro, sonda di gomma per l’estrazione dell’urina, irrigatore vaginale; e come mezzi di disinfezione: acido borico, sapone e cotone fenicato o al sublimato. Unico strumentario presente era la forbice a punta smussa per la taglio del funicolo e la forbice per tagliarsi le unghie.
Nel 1914 l’obiettivo prioritario è sempre l’assistenza asettica e nella borsa si aggiungono: cuffia, guanti, alcool, tintura di jodio, acido acetico, permanganato potassio, nitrato d’argento, cotone e garza, ma anche strumenti quali: due pinze emostatiche e una forbice retta per tagliare le garze, un rocchetto di seta per la legatura del funicolo, un bastoncello di vetro per instillare collirio, un’enteroclisma e una provetta per l’esame delle urine.
Dal 1940 la borsa deve contenere anche un rasoio di sicurezza e dei cateteri vescicali di vario calibro. Lo strumentario comprende speculum vaginale, pinza da zaffamento, quattro pinza emostatica e una da medicazione, una siringa di vetro per iniezioni ipodermiche, un’enteroclisma con bacinella e due cannule per aspirare il muco del neonato. I medicinali consentiti sono l’ergotina, il nitrato d’argento, la soluzione di protargolo o di argirolo e l’olio canforato.

► L’assistenza dell’ostetrica al parto tra l‘800 e il ‘900 era limitata alla sola disinfezione e osservazione; poi dal 1940 quando nella sua borsa compaiono nuovi strumenti la sua assistenza diventa più specifica, e anche più autonoma.

Estratto da: C.Paganotti. L’OSTETRICA E I FERRI DEL MESTIERE. BRESCIAMEDICA Notiziario Ordine dei Medici della Provincia di Brescia, n.302, p.18, Gennaio 2007.

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